William Shakespeare

“È forse più nobile soffrire, nell’intimo del proprio spirito, le pietre e i dardi scagliati dall’oltraggiosa fortuna, o imbracciar l’armi, invece, contro il mare delle afflizioni, e combattendo contro di esse metter loro una fine? Morire per dormire. Nient’altro. E con quel sonno poter calmare i dolorosi battiti del cuore, e le mille offese naturali di cui è erede la carne! Quest’è una conclusione da desiderarsi devotamente. Morire per dormire. Dormire, forse sognare. È proprio qui l’ostacolo; perché in quel sonno di morte, tutti i sogni che possano sopraggiungere quando noi ci siamo liberati dal tumulto, dal viluppo di questa vita mortale, dovranno indurci a riflettere. È proprio questo scrupolo a dare alla sventura una vita così lunga! Perché, chi sarebbe capace di sopportare le frustate e le irrisioni del secolo, i torti dell’oppressore, gli oltraggi dei superbi, le sofferenze dell’amore non corrisposto, gli indugi della legge, l’insolenza dei potenti e lo scherno che il merito paziente riceve dagli indegni, se potesse egli stesso dare a se stesso la propria quietanza con un nudo pugnale? chi s’adatterebbe a portar cariche, a gemere e sudare sotto il peso d’una vita grama, se non fosse che la paura di qualcosa dopo la morte – quel territorio inesplorato dal cui confine non torna indietro nessun viaggiatore – confonde e rende perplessa la volontà, e ci persuade a sopportare i malanni che già soffriamo piuttosto che accorrere verso altri dei quali ancor non sappiamo nulla. A questo modo, tutti ci rende vili la coscienza, e l’incarnato naturale della risoluzione è reso malsano dalla pallida tinta del pensiero, e imprese di gran momento e conseguenza, deviano per questo scrupolo le loro correnti, e perdono il nome d’azione.” – Amleto

Maria P.

…è come se in quei momenti ci sia il vuoto.
Li vedi mentre ridono di te, ti feriscono e tu chiaramente mostri il fianco, credendo scioccamente di avere di fronte a te un essere umano, magari distratto, ma comunque umano. Ma dura tutto molto velocemente. Il cuore inizia a battere, mentre i loro occhi iniziano a brillare e il loro ghigno superbo e rabbioso si amplia, mostrando tutta la loro atroce goduria.
E’ una goduria fatta di piacere e ferocia. E’ guerra. Quella della supremazia, dell’umiliazione dell’altro come unico mezzo conosciuto per raggiungere la felicità. In quell’attimo si sentono forti, potenti, burattinai. Sono come animali, in preda al loro più recondito istinto, privi di ragione e amore. Non aspettano altro che questo: vederti a terra per schiacciarti. Sono predatori. Sono assassini, nient’altro.
E’ in quel momento che ti accorgi della cecità desolante in cui vivono molti uomini. E’ come se si spegnesse la musica. E’ un silenzio sordo, ovattato dal dolore, dalla presa di coscienza. Dura un attimo. Ed ogni volta è un po’ come morire.